LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave dal dramma La Dame aux camélias
di Alexandre Dumas figlio Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry, Elena Mosuc
Alfredo Germont, Francesco Meli
Giorgio Germont, Carlos Álvarez
Flora Bervoix, Anastasia Boldyreva
Annina, Bernadette Lucarini
Gastone, Enrico Iviglia
Il barone Douphol, Paolo Maria Orecchia
Il marchese D’Obigny, Mario Bellanova
Il dottor Grenvil, Francesco Musinu
Giuseppe, Ernesto Alejandro Escobar Nieto
Un domestico di Flora, Franco Rizzo
Un commissario, Riccardo Mattiotto
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Maestro del coro, Roberto Gabbiani
Direttore Gianandrea Noseda
Regia e costumi Laurent Pelly
Regia ripresa da Laurie Feldman
Scene, Chantal Thomas
Durante l’unico intervallo de La traviata andata in scena a Torino il 18 ottobre scorso serpeggiava tra i soliti appassionati un bel clima di soddisfazione e, soprattutto, si affermava un concetto, e cioè che quando le cose si preparano bene, si mettono i giusti ingredienti, si lavora per il risultato finale, tutto può funzionare. E di giusti ingredienti si poteva in quest’occasione parlare a ragion veduta.
Prendi uno spettacolo creato da un grande regista di fama internazionale (possibilmente che abbia lavorato poco in Italia), che, innamorato della sua interprete, ne fa il fulcro della sua stessa creazione. Prendi una cantante di assoluta eccellenza internazionale, che magari il ruolo monstre lo abbia già debuttato e che lo conosca come le sue tasche; un tenore che ormai non è più un “giovane” ma una star assoluta con la voglia di ripensare il ruolo nel debuttarlo; un baritono che è quasi sprecato per una parte così breve, ma che ha la ventura in questa fase della carriera di gioire nel cantare Germont; affida il tutto ad un cuoco solidissimo, ma che soprattutto ha la fissa di ripulire le incrostazioni del passato e affidarsi (con più coraggio di chi si crede tenutario del verbo) a chi la ricetta l’ha scritta e il gioco è fatto.
Laurent Pelly ha creato questo spettacolo a Santa Fe questa estate per la sua inteprete feticcio e a Torino, per impegni vari, non si è neanche fatto vedere. Eppure lo spettacolo di una freschezza incredibile funzionava come se fosse nato lì. Grazie certo allo spettacolare lavoro svolto da Laurie Feldman che lo riprendeva (e si tratta di uno spettacolo tutto creato attorno alla capacità attoriale dei solisti, ma anche del coro che spesso ben sappiamo, è un “animale” ingestibile), ma anche ad una certa unitarietà, ad una coerenza di stile e contenuti rari in un regista che affronta il grande repertorio. Spettacolo interamente costruito sulle scene di Chantal Thomas che rappresentano in maniera chiarissima il cimitero di Montmartre dove Alphonsine du Plessis, la storica dama delle camelie è tumulata. Strano il fatto che gran parte della critica italiana, i soliti soloni ammuffiti che da anni non escono dai loro polverosi studi se non per affollare le sale d’opera guardandosi bene dal pagare il biglietto, non se ne sia accorta, ma sì, possiamo ben dire che le scene rappresentano il cimitero di Montmartre, giacché chi ci ha camminato in un pomeriggio d’inverno, magari inciampando negli scalini nascosti e usurati dal tempo, non può non coglierne subito, al primo colpo d’occhio, l’atmosfera. Sentirne perfino il profumo e il freddo sulla pelle. Ed è nel cimitero che comincia “La dama delle camelie” di Dumas, vero approccio attorno al quale l’interpretazione di Pelly cresce e si sviluppa. Cimitero sempre presente dicevamo, sopra le tombe del quale l’azione nasce, essendo esse a tratti le sale delle due feste, o la casa spoglia della morente Violetta. Regia d’attori dicevamo, ardua nella gestione, ma efficacissima nella resa. Violetta centro del dramma con alcuni colpi d’ala registici memorabili: il duetto con Germont padre gestito tutto su una gara di sguardi con lei vestita a la garçonne, che sempre più si accascia attorno al nucleo stesso del suo dolore e lui, che all’inizio avvolto da inalterabile fierezza riesce in maniera mirabile ad addolcire lo sguardo fino alla compassione. Il finale secondo dove all’apparizione di Germont in alto, ieratico e terribile, si ricrea un gioco di sguardi a tre quote: in basso i due protagonisti che si rincorrono quasi, ma ormai hanno perso l’occasione per riabbracciarsi, in alto il padre, freddo, terribile nella sua dolorosa compostezza e il coro in mezzo, i cui componenti nell’andante cominciano ad agitarsi e ruotare su se stessi a tempo con la musica, quasi metafisicamente a rappresentare lo spaesamento di una serie d’emozioni che in quel mondo non hanno, nè possono avere, spazio. E ancora il “Gran Dio, morir si giovane” di una Violetta in ginocchio, con gli occhi sbarrati rivolti al pubblico; una Violetta che morirà sola (come nel romanzo) scoprendo la propria tomba, facendo del taglio tradizionale delle frasette degli altri personaggi, non il solito arbitrio di tradizione, ma un colpo d’ala registico. E di esempi come questo se ne potrebbero fare mille altri. Chapeau!
Gli interpreti: primo il coro, splendido per resa sonora, ha stupito per doti attoriali. Buoni tutti i comprimari, su tutti il Gastone di Enrico Iviglia, veramente ottimo e che fa intravedere sempre più sviluppi interessanti. Germont era Carlos Álvarez che tornava a cantare un ruolo verdiano dopo lunghi mesi in cui ha avuto problemi di salute. E qualche durezza si è avvertita, ma solo evidentemente dovuta a prudenza nell’uso di un organo che ancora convalescente deve essere evidentemente rodato. Altresì interprete di classe (non solo come attore): ogni sfumatura, ogni nesso, ogni piccolo segno di espressione era espresso e sottolineato da una delle, oltre a tutto, più belle voci baritonali degli ultimi trent’anni.
Di Francesco Meli c’è poco da dire. O meglio c’è così tanto che non basterebbe lo spazio. Francamente siamo stufi di sentirlo definire un giovane tenore, perchè ormai se lo è ancora di età non lo è più di carriera, né, tanto meno, siamo tentati dal gioco delle somiglianze. Meli non assomiglia a nessuno se non a se stesso. Canta in maniera mirabile, fraseggia con accuratezza e con coraggio sfrontato, utilizzando il proprio mezzo fino al punto di trasfigurare l’ortodossia tecnica (certi suoni alleggeriti allo spasimo o ingranditi artificiosamente) a fini espressivi (e diciamolo chiaramente negli ultimi trent’anni al mondo non c’era più riuscito nessuno), recita in maniera convincente. Cosa vogliamo di più?
Trionfatrice della serata però è stata, giustamente, Elena Mosuc, la quale aveva il merito di calarsi con coraggio in un’interpretazione difficile del personaggio, volgare nel primo e secondo atto, fuori dalle convenzioni, sola, disperatamente sola nel suo dolore. Eppure tutto era risolto, dallo sguardo allucinato, febbricitante, al movimento delle mani, alla difficilissima scena della morte, con naturalezze e convinzione. E poi che cantante! L’avremmo immaginata più a suo agio nel primo atto e invece è stato il contrario, nel dramma ha saputo ritagliarsi un posto nella storia delle grandi Violette. Solo tre momenti sublimi vogliamo ricordare: l’”Addio del passato” tutto a mezza voce con filati strepitosi e una doppia messa di voce finale da urlo, il “Dite alla giovine” tutto basato sulla parola, su quel dire scenico tanto caro all’autore e, ultimo, il “Prendi quest’è l’immagine” carico di un dramma che nella perfezione vocale si faceva metafisico e quindi senza fine.
Il direttore era ancora una volta Gianandrea Noseda, che ha affrontato la partitura in maniera coraggiosa, perfino radicale. Ripulendola al punto che sembrava scabra, quasi mancasse qualcosa. Eppure chi volesse ascoltare l’interpretazione del maestro Noseda con la partitura in mano, noterebbe una cosa ben precisa e cioè che Verdi La traviata l’ha scritta così. E che tante cose cui siamo abituati mancano perchè in Verdi non ci sono. Non da poco far riscoprire al pubblico d’oggi, in un’opera arcinota come questa, momenti di sublime bellezza, che suonano nuovi, che ci riportano al giorno fortunato in cui ascoltammo quest’opera per la prima volta. I preludi ad esempio: il primo terso, chiaro, alfine persino freddo; quello al terz’atto doloroso, corrusco, drammaticissimo. E, se qualche taglietto è stato necessario, sia; sappiamo essere figlio di scelte riflettute e di fini drammatici. Ultima considerazione: che Noseda sia un grande accompagnatore è cosa arcinota, però bisogna guardarlo in viso e vedere come accompagna Violetta nel precipitare verso la morte per rendersi conto che cosa è vivere nella musica che s’interpreta.
Applausi, ovazioni e lacrime a profusione! Serata memorabile!
Marco Cabrino
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