Posts Tagged ‘verdi’

24
Feb

One woman show: Nabucco a Genova

   Posted by: M.    in Opera Lirica, Recensioni

dal web

Nabucco

Opera in quattro parti di Temistocle Solera, musica di Giuseppe Verdi

Teatro Carlo Felice 

 

Direttore - Daniel Oren

Regia - Saverio Marconi

Scene - Alessandro Camera

Costumi - Carla Ricotti

Allestimento del Teatro Massimo di Palermo

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice

Maestro del Coro - Ciro Visco

 

Nabucco - Anooshah Golesorkhi

Ismaele - Nazzareno Antinori

Zaccaria - Riccardo Zanellato

Abigaille - Dimitra Theodossiou

Fenena - Tiziana Carraro

Il Gran Sacerdote di Belo - Carlo Striuli

Abdallo - Alberto Profeta

Anna - Erika Pagan

 

Il Teatro Carlo Felice di Genova apre la stagione 2010 con un’opera amatissima dal pubblico, Nabucco di Giuseppe Verdi. E il pubblico, che solo qualche mese fa disperava di vedere la riapertura del teatro accoglie da par suo la celeberrima opera di Giuseppe Verdi con uno schietto successo dovuto, crediamo, solo in parte alle qualità musicali dello spettacolo, e molto più alla propria affezione per il suo teatro. Un sospiro di sollievo collettivo dunque. E sotto quest’ottica ci uniamo volentieri alla festa. Abbiamo assistito alla seconda recita della produzione proveniente dal Teatro Massimo di Palermo per la regia di Saverio Marconi, che si affida alle belle scene e agli sfarzosi costumi, per raccontare con efficacia una storia straconosciuta, pur senza grandi capacità nella gestione delle masse, ma con una pulizia di fondo rilassante. Scena semi fissa caratterizzata da un grande anfiteatro bianco e da un tronco di cono centrale con decorazioni cuneiformi, il quale di volta in volta contiene il tempio di Belo, la sala del trono, ecc. Classicissima recitazione, al limite dello stereotipo. Dunque uno spettacolo che aveva la ragion d’essere tutta nella parte musicale.

Solo Dimitra Theodossiou, Abigaille, ha dato una lettura della parte veramente adeguata. Ama la parte e ci si butta con tutto il cuore. Trionfa nei momenti riflessivi, l’aria del secondo atto, il terzetto d’entrata, la scena della morte, ma si trova a suo agio in tutta l’opera, che è ben nota essere da far tremare i polsi. Il soprano greco oggi non ha rivali nello scandire le parole, negli affondi di petto efficaci e mai volgari, nelle rifiniture belcantiste (quei filati!!!) che fanno di tutto il primo Verdi un Everest canoro per molte colleghe inaffrontabile. Lo stesso stile recitativo neoclassico che le è proprio si sposa a meraviglia con questa drammaturgia. Trionfo finale riconosciutole dal pubblico.

Trionfo che la univa al direttore, ancora una volta Daniel Oren. Forse oggi nessuno conosce per studio e per esperienza meglio di lui il Nabucco, la “sua” opera da decenni, e in sala questo si avvertiva. Accompagnatore perfetto, stilisticamente sempre appropriato, esegue l’opera senza mai un calo di tensione. Per una volta rinuncia all’abitudine di tagliare ferocemente le partiture ed esegue l’opera quasi integralmente. Commovente nel sottolineare il dramma senza mai mettere in difficoltà i solisti, preciso ritmicamente e stilisticamente. “Va pensiero” è il suo momento e lo sa, dirige magistralmente, con tempo corretto e senza strappi, con un risultato eccellente. Naturalmente bis, a furor di popolo, ma come spesso capita la seconda volta la tensione teatrale è calata e il risultato è inferiore alla prima. Grande festa lo stesso e viva il teatro di una volta! Solo un difetto vogliamo rilevare al direttore israeliano: da trenta metri di distanza udivamo i suoi grugniti. Una volta questa sua caratteristica era anche divertente, oggi dopo tanti anni di carriera e tanta acqua passata sotto i ponti rimane, francamente, solo fastidiosa.

Su uno scalino decisamente inferiore gli altri. Il giovanissimo baritono Anooshah Golesorkhi, debuttava a Genova sostituendo all’ultimo il previsto, e atteso, Sergei Murzaev, con risultati altalenanti. Buono nell’aria e nel duetto con il soprano, affrontava la parte con sicurezza, ma con poca partecipazione. Il baritono californiano in compenso recitava con partecipazione e discreto talento interpretativo. Allo stesso modo Riccardo Zanellato, Zaccaria, risultava efficace interprete, ma la voce è ben lungi da avere il peso specifico necessario a risolvere il ruolo, più adatta forse ad un repertorio più leggero. Nazareno Antinori tornava per l’ennesima volta a cantare Ismaele, ma più con il ricordo di una passata vocalità, che con i modesti mezzi attuali. Buona invece Tiziana Carraro nell’ingratissimo ruolo di Fenena.

Orchestra come sempre discreta, coro non irreprensibile soprattutto per quanto riguarda l’intonazione, ma al momento culmine ha dato il meglio di sè.

Per Nabucco vorremmo sempre i trionfi, il cuore a mille e i salti sulla seggiola, abbiamo avuto una tranquilla, rilassante domenica, ma almeno speriamo che sia di buon augurio per il teatro di Genova, che sia, finalmente, giunto in un porto riparato e tranquillo. Per i fasti c’è tempo.

 

                                                        Marco Cabrino

Tags: , , , , , ,

LA TRAVIATA

Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave dal dramma La Dame aux camélias

di Alexandre Dumas figlio Musica di Giuseppe Verdi

 

Violetta Valéry, Elena Mosuc

Alfredo Germont, Francesco Meli

Giorgio Germont, Carlos Álvarez

Flora Bervoix, Anastasia Boldyreva

Annina, Bernadette Lucarini

Gastone, Enrico Iviglia

Il barone Douphol, Paolo Maria Orecchia

Il marchese D’Obigny, Mario Bellanova

Il dottor Grenvil, Francesco Musinu

Giuseppe, Ernesto Alejandro Escobar Nieto

Un domestico di Flora, Franco Rizzo

Un commissario, Riccardo Mattiotto

 

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino

Maestro del coro, Roberto Gabbiani

Direttore Gianandrea Noseda

Regia e costumi Laurent Pelly

Regia ripresa da Laurie Feldman

Scene, Chantal Thomas

 

Durante l’unico intervallo de La traviata andata in scena a Torino il 18 ottobre scorso serpeggiava tra i soliti appassionati un bel clima di soddisfazione e, soprattutto, si affermava un concetto, e cioè che quando le cose si preparano bene, si mettono i giusti ingredienti, si lavora per il risultato finale, tutto può funzionare. E di giusti ingredienti si poteva in quest’occasione parlare a ragion veduta.

Prendi uno spettacolo creato da un grande regista di fama internazionale (possibilmente che abbia lavorato poco in Italia), che, innamorato della sua interprete, ne fa il fulcro della sua stessa creazione. Prendi una cantante di assoluta eccellenza internazionale, che magari il ruolo monstre lo abbia già debuttato e che lo conosca come le sue tasche; un tenore che ormai non è più un “giovane” ma una star assoluta con la voglia di ripensare il ruolo nel debuttarlo; un baritono che è quasi sprecato per una parte così breve, ma che ha la ventura in questa fase della carriera di gioire nel cantare Germont; affida il tutto ad un cuoco solidissimo, ma che soprattutto ha la fissa di ripulire le incrostazioni del passato e affidarsi (con più coraggio di chi si crede tenutario del verbo) a chi la ricetta l’ha scritta e il gioco è fatto.

Laurent Pelly ha creato questo spettacolo a Santa Fe questa estate per la sua inteprete feticcio e a Torino, per impegni vari, non si è neanche fatto vedere. Eppure lo spettacolo di una freschezza incredibile funzionava come se fosse nato lì. Grazie certo allo spettacolare lavoro svolto da Laurie Feldman che lo riprendeva (e si tratta di uno spettacolo tutto creato attorno alla capacità attoriale dei solisti, ma anche del coro che spesso ben sappiamo, è un “animale” ingestibile), ma anche ad una certa unitarietà, ad una coerenza di stile e contenuti rari in un regista che affronta il grande repertorio. Spettacolo interamente costruito sulle scene di Chantal Thomas che rappresentano in maniera chiarissima il cimitero di Montmartre dove Alphonsine du Plessis, la storica dama delle camelie è tumulata. Strano il fatto che gran parte della critica italiana, i soliti soloni ammuffiti che da anni non escono dai loro polverosi studi se non per affollare le sale d’opera guardandosi bene dal pagare il biglietto, non se ne sia accorta, ma sì, possiamo ben dire che le scene rappresentano il cimitero di Montmartre, giacché chi ci ha camminato in un pomeriggio d’inverno, magari inciampando negli scalini nascosti e usurati dal tempo, non può non coglierne subito, al primo colpo d’occhio, l’atmosfera. Sentirne perfino il profumo e il freddo sulla pelle. Ed è nel cimitero che comincia “La dama delle camelie” di Dumas, vero approccio attorno al quale l’interpretazione di Pelly cresce e si sviluppa. Cimitero sempre presente dicevamo, sopra le tombe del quale l’azione nasce, essendo esse a tratti le sale delle due feste, o la casa spoglia della morente Violetta. Regia d’attori dicevamo, ardua nella gestione, ma efficacissima nella resa. Violetta centro del dramma con alcuni colpi d’ala registici memorabili: il duetto con Germont padre gestito tutto su una gara di sguardi con lei vestita a la garçonne, che sempre più si accascia attorno al nucleo stesso del suo dolore e lui, che all’inizio avvolto da inalterabile fierezza riesce in maniera mirabile ad addolcire lo sguardo fino alla compassione. Il finale secondo dove all’apparizione di Germont in alto, ieratico e terribile, si ricrea un gioco di sguardi a tre quote: in basso i due protagonisti che si rincorrono quasi, ma ormai hanno perso l’occasione per riabbracciarsi, in alto il padre, freddo, terribile nella sua dolorosa compostezza e il coro in mezzo, i cui componenti nell’andante cominciano ad agitarsi e ruotare su se stessi a tempo con la musica, quasi metafisicamente a rappresentare lo spaesamento di una serie d’emozioni che in quel mondo non hanno, nè possono avere, spazio. E ancora il “Gran Dio, morir si giovane” di una Violetta in ginocchio, con gli occhi sbarrati rivolti al pubblico; una Violetta che morirà sola (come nel romanzo) scoprendo la propria tomba, facendo del taglio tradizionale delle frasette degli altri personaggi, non il solito arbitrio di tradizione, ma un colpo d’ala registico.  E di esempi come questo se ne potrebbero fare mille altri. Chapeau!

Gli interpreti: primo il coro, splendido per resa sonora, ha stupito per doti attoriali. Buoni tutti i comprimari, su tutti il Gastone di Enrico Iviglia, veramente ottimo e che fa intravedere sempre più sviluppi interessanti. Germont era Carlos Álvarez che tornava a cantare un ruolo verdiano dopo lunghi mesi in cui ha avuto problemi di salute. E qualche durezza si è avvertita, ma solo evidentemente dovuta a prudenza nell’uso di un organo che ancora convalescente deve essere evidentemente rodato.  Altresì interprete di classe (non solo come attore): ogni sfumatura, ogni nesso, ogni piccolo segno di espressione era espresso e sottolineato da una delle, oltre a tutto, più belle voci baritonali degli ultimi trent’anni.

Di Francesco Meli c’è poco da dire. O meglio c’è così tanto che non basterebbe lo spazio. Francamente siamo stufi di sentirlo definire un giovane tenore, perchè ormai se lo è ancora di età non lo è più di carriera, né, tanto meno, siamo tentati dal gioco delle somiglianze. Meli non assomiglia a nessuno se non a se stesso. Canta in maniera mirabile, fraseggia con accuratezza e con coraggio sfrontato, utilizzando il proprio mezzo fino al punto di trasfigurare l’ortodossia tecnica (certi suoni alleggeriti allo spasimo o ingranditi artificiosamente) a fini espressivi (e diciamolo chiaramente negli ultimi trent’anni al mondo non c’era più riuscito nessuno), recita in maniera convincente. Cosa vogliamo di più?

Trionfatrice della serata però è stata, giustamente, Elena Mosuc, la quale aveva il merito di calarsi con coraggio in un’interpretazione difficile del personaggio, volgare nel primo e secondo atto, fuori dalle convenzioni, sola, disperatamente sola nel suo dolore. Eppure tutto era risolto, dallo sguardo allucinato, febbricitante, al movimento delle mani, alla difficilissima scena della morte, con naturalezze e convinzione. E poi che cantante! L’avremmo immaginata più a suo agio nel primo atto e invece è stato il contrario, nel dramma ha saputo ritagliarsi un posto nella storia delle grandi Violette. Solo tre momenti sublimi vogliamo ricordare: l’”Addio del passato” tutto a mezza voce con filati strepitosi e una doppia messa di voce finale da urlo, il “Dite alla giovine” tutto basato sulla parola, su quel dire scenico tanto caro all’autore e, ultimo, il “Prendi quest’è l’immagine” carico di un dramma che nella perfezione vocale si faceva metafisico e quindi senza fine.

Il direttore era ancora una volta Gianandrea Noseda, che ha affrontato la partitura in maniera coraggiosa, perfino radicale. Ripulendola al punto che sembrava scabra, quasi mancasse qualcosa. Eppure chi volesse ascoltare l’interpretazione del maestro Noseda con la partitura in mano, noterebbe una cosa ben precisa e cioè che Verdi La traviata l’ha scritta così. E che tante cose cui siamo abituati mancano perchè in Verdi non ci sono. Non da poco far riscoprire al pubblico d’oggi, in un’opera arcinota come questa, momenti di sublime bellezza, che suonano nuovi, che ci riportano al giorno fortunato in cui ascoltammo quest’opera per la prima volta. I preludi ad esempio: il primo terso, chiaro, alfine persino freddo; quello al terz’atto doloroso, corrusco, drammaticissimo. E, se qualche taglietto è stato necessario, sia; sappiamo essere figlio di scelte riflettute e di fini drammatici. Ultima considerazione: che Noseda sia un grande accompagnatore è cosa arcinota, però bisogna guardarlo in viso e vedere come accompagna Violetta nel precipitare verso la morte per rendersi conto che cosa è vivere nella musica che s’interpreta.

Applausi, ovazioni e lacrime a profusione! Serata memorabile!

 

                                                                                   Marco Cabrino

 

 

Tags: , , , , , , , , ,

I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA Parma Sabato 24 gennaio 2009

Dramma lirico in quattro atti su libretto di Temistocle Solera

 dal poema omonimo di Tommaso Grossi

Musica di GIUSEPPE VERDI

Personaggi e Interpreti

Arvino, figlio di Folco signore di Rò - ROBERTO DE BIASIO

Pagano, figlio di Folco signore di Rò,poi Eremita - MICHELE PERTUSI

Viclinda, moglie d’Arvino - CRISTINA GIANNELLI

Giselda, sua figlia - DIMITRA THEODOSSIOU

Pirro, scudiero d’Arvino - ROBERTO TAGLIAVINI

Un Priore della città di Milano - GREGORY BONFATTI

Acciano, tiranno d’Antiochia - JANSONS VALDIS 

Oronte, suo figlio - FRANCESCO MELI

Sofia, moglie del tiranno d’Antiochia - VERONICA SIMEONI  

Cittadini, claustrali, sgherri, ambasciatori, crociati, pellegrini, schiave

Maestro concertatore e direttore - DANIELE CALLEGARI

Regia - LAMBERTO PUGGELLI

Scene - PAOLO BREGNI

Costumi - SANTUZZA CALÍ

Luci - ANDREA BORELLI

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Allestimento del Teatro Regio di Parma

 

LES CONTES D’HOFFMANN Torino Domenica 8 febbraio 2009

Opéra-fantastique in un prologo, tre atti e un epilogo

Libretto di Jules Barbier

Musica di Jacques Offenbach

Personaggi e Interpreti

Hoffmann, un giovane poeta - Arturo Chacón-Cruz

Olympia, una bambola - Désirée Rancatore

Antonia, cantante - Raffaella Angeletti

Giulietta, cortigiana - Monica Bacelli

Nicklausse, compagno di Hoffmann/La Musa - Nino Surguladze

Consigliere Lindorf/Coppélius/Docteur Miracle/Dapertutto -Alfonso Antoniozzi

Andrès/Cochenille/Frantz/Pitichinaccio - Carlo Bosi

Peter Schlémil/Hermann - Armando Ariostini

Voce - Giovanna Lanza

Direttore d’orchestra - Emmanuel Villaume

Regia - Nicolas Joël

Scene - Ezio Frigerio

Costumi - Franca Squarciapino

Luci - Vinicio Cheli

 

Con un pò di ritardo scriviamo due parole riguardo a due spettacoli andati in scena a Parma e a Torino nelle settimane scorse, rispettivamente i verdiani Lombardi alla Prima Crociata e I racconti di Hoffmann. Due opere che a parte il grande numero di personaggi per le quali vanno scritturati cantanti di buon livello, parrebbero avere poco o punto in comune. Eppure i due spettacoli hanno presentato caratteristiche comuni sia nel bene che nel male. In primo per quanto riguarda la parte visiva dello spettacolo. In entrambi i casi si trattava di regie che hanno debuttato ormai da qualche anno caratterizzate da un efficace racconto della trama e, soprattutto per i Lombardi, da buoni spunti introspettivi. Però anche da un certo abbandono degli interpreti che recitavano secondo le proprie esperienze e la propria sensibilità senza dare un vero senso di unità agli spettacoli. Soprattutto ci siamo trovati davanti a spettacoli puliti, ordinati, ma molto, troppo lontani, da un approccio più moderno e sensibile che opere con trame così efficaci e sempre attualissime avrebbero meritato. Se entrambi gli spettacoli avevano momenti godibili (l’atto di Olympia a Torino) e efficaci (l’apparizione finale di una Gerusalemme celeste nel finale parmense) erano nella gran parte caratterizzati da scene scontate, momenti di vero vuoto e costumi e scene abbastanza ripetitivi e non molto efficaci (un esempio su tutte la Niklausse/musa assolutamente non valorizzata scenicamente quanto l’interprete vocale avrebbe meritato). Discorso simile possiamo farlo per quanto riguarda i due direttori: se Daniele Callegari a Parma, pur con una direzione sopra le righe e un pò troppo quarantottesca (a questo proposito molto bene il coro), ha reso l’impeto risorgimentale dei Lombardi efficacemente, ma con avarizia di colori, questi mancavano totalmente nella direzione di Villaume. I racconti di Hofmann se hanno avuto lettura adeguata da parte dell’orchestra a dello splendido coro torinese, non ne hanno trovata una di pari livello da parte nel direttore che, trovatosi davanti una vera scalata di quinto grado, nella varietà e nella leggerezza esaltata, l’ha superata concentrandosi nella concertazione, ma senza veri slanci. Dobbiamo però riconoscergli una grande simpatia nel partecipare durante l’atto di Olympia non solo come direttore, ma come interlocutore dei personaggi in scena.

Entrambi gli spettacoli però hanno trionfato e se questo è successo è merito assoluto delle due compagnie di canto. A Parma ci siamo trovati davanti a due assolute conferme e ad un debutto in un repertorio tra i più felici degli ultimi anni. Su tutte Dimitra Theodossiou che è oggi in questo repertorio quasi insuperabile, venendo a capo di una parte quella di Giselda di difficoltà eccezionale con una sicurezza, con uno slancio assolutamente da sottolineare. Non in un momento abbiamo trovato la cantante in difficoltà, anzi, come spesso le capita si è esaltata nei momenti più brucianti della partitura con un finale di secondo atto che è stato seguito di un vero trionfo personale con quasi dieci minuti di applausi a sipario chiuso e con la cantante, letteralmente ricoperta di fiori, inginocchiata al proscenio. Cosa d’altri tempi!

Discorso simile possiamo farlo per il Pagano di Michele Pertusi che ha confermato ancora una volta tutta la sua classe in un personaggio che evidentemente ama molto e che gli calza a pennello. E per il buon tenore Roberto de Biasio che interpretava in maniera efficace e partecipe l’ingrato quant’altri mai ruolo di Arvino.

ma il vero cotrionfatore della serata è stato Francesco Meli qui al suo primo ruolo compiutamente verdiano affrontato nella sua pur precoce maturità. Debutto di rilievo assoluto che ha dimostrato che è in questo repertorio che il giovane cantante genovese potrà dare delle prove di livello assolutamente storico. Canto disteso, solare, morbido, mezze voci carezzevoli e acuti ben appoggiati e squillanti, oltre che il timbro benedetto che ben consociamo hanno fatto di Meli un Oronte (certo che i librettisti del primo 800 avevano per i nomi dei tenori un gusto orrido) ideale, tanto da far rimpiangere a tutti la brevità del ruolo.

Di seguito mettiamo qualche brano da youtube con estratti delle trasmissioni Prima della prima e loggione su quest’allestimento:

  Immagine anteprima YouTube

 Immagine anteprima YouTube

 Immagine anteprima YouTube

 

 

Immagine anteprima YouTube

Immagine anteprima YouTube

Immagine anteprima YouTube

 

 

A Torino il cast era meno equilibrato, ma non meno interessante. Protagonista era il  giovane tenore messicano Arturo Chacón-Cruz che ha interpretato sia vocalmente sia scenicamente in maniera efficace il ruolo eponimo, pur mancandogli ancora quell’allure da eroe maledetto fondamentale per rendere il lato introverso, lunatico infine aggressivo del personaggio. Il giovane mezzosoprano georgiano Nino Surguladze ha interpretato in modo altrettanto efficace il ruolo di Niklausse e della musa, pur di molto danneggiata de un impianto registico che ne ostacolava lo sviluppo del personaggio, da accompagnatore inconsapevole o quasi, a dea dell’ispirazione che tramuta le lacrime di Hofmann nel genio della letteratura. Vocalmente la cantante è stata irreprensibile sfoderando il bellissimo timbro nei momenti solistici (in particolare nella celeberrima barcarola) e una verve notevole nei vari concertati.

Vogliamo sottolineare la perfetta resa di Carlo Bosi nei ruoli dei quattro tenori, migliore tra tutti quelli sentiti in Italia negli ultimi anni, così come quella di Alfonzo Antoniozzi, efficacissimo attore nei ruoli dei quattro diavoli offenbachiani e magnifico vocalmente con menzione assoluta nei momenti più incandescenti della partitura (l’atto di Antonia su tutto).

Ottima Antonia è stata Raffaella Angeletti che abbiamo apprezzato negli anni scorsi in una serie di ruoli novecenteschi di grande spicco (soprattutto la memorabile Magda Sorel del Console), precisa e partecipa, dalla vocalità addirittura troppo ricca di armonici per un ruolo sostanzialmente liliale. Molto buona anche Monica Bacelli come Giulietta (che però preferiamo soprano), sprecata persino in una parte tanto breve nella versione andata in scena a Torino.

Trionfatrice assoluta  è stata però Désirée Rancatore, che oggi è in questa parte assolutamente insuperabile. La cantante palermitana ha nel ruolo un suo assoluto cavallo di battaglia, eppure si diverte sempre nel riprenderlo e questo si avverte sia nella partecipazione attoriale sia nell’assoluta strabordante, magnificente ed esaltante resa vocale. Nella libertà di modificare la linea, aggiungendo spericolate “avventure” vocali, che le permette la parte è assolutamente stupefacente. Perfetta!

Qui sotto riportiamo alcuni estratti da Loggione riguardante questo spettacolo: 

Immagine anteprima YouTube

Immagine anteprima YouTube

Immagine anteprima YouTube

Un’ultima considerazione. Giovani cantanti italiani sugli scudi in personaggi che hanno fatto il mito dell’opera. Le vacche magre della vocalità paiono finite. Speriamo che i teatri italiani continuino a essere all’altezza dei loro interpreti.

                                                                  Marco Cabrino

Tags: , , , , , , , , , ,