
Guillaume Tell
Melodramma tragico in quattro atti
Libretto di Étienne de Jouy et Hippolyte-Louis-Florent Bis
Musica di Gioachino Rossini
Personaggi e Interpreti
Mathilde - Eva Mei
Jenny - Martina Janková
Hedwige - Wiebke Lehmkuhl
Guillaume Tell - Michele Pertusi
Arnold - Antonino Siragusa
Gessler - Alfred Muff
Melchtal - Pavel Daniluk
Rodolphe - Andreas Winkler
Walter Furst - Reinhard Mayr
Leuthold - George Humphreys
Ruedi - Domenico Menini
Direttore - Gianluigi Gelmetti
Inszenierung - Adrian Marthaler
Bühnenbild - Jörg Zielinski, Adrian Marthaler
Kostüme -Marcel Keller
Lichtgestaltung - Elfried Roller
Orchester und Chor der Oper Zürich
Schweiz über Alles!
Siamo usciti storditi dalla nuova produzione di Guillaume Tell a Zurigo, storditi e rabbrividenti per una Konzept-regie fuori tempo massimo, la quale, portata all’estrema conseguenza, ha sostanzialmente distrutto uno dei capolavori sommi del melodramma di inizio ottocento. Scelte registiche bizzarre e inconcludenti, oltretutto tecnicamente ridicole, hanno condizionato gli interpreti in maniera radicale privandoli di un minimo di coerenza stilistica e di linguaggio, oltre a sfregiare la partitura stessa con infami tagli che mai, e lo sottolineo, si erano visti in un’opera che pure raramente senza tagli si è data. Ballabili, intere scene, concertati (con la ridicolaggine di due o più recitativi anche lunghi eseguiti di seguito, da far rabbrividire), riprese delle cabalette: tutto tagliato.
Tagli proobabilmente accettati a malincuore dal direttore, Gianluigi Gelmetti, che arrivato all’ultimo a sostituire il collega previsto ha salvato la produzione, accettandola però sic et simpliciter. Ottenere il male, facendo il bene, diremmo. Non che il famoso direttore italiano non abbia brillato ove poteva, soprattutto nell’accompagnamento delle parti solistiche, mantenendo però l’abitudine che ha caratterizzato tutte le sue direzioni negli ultimi anni, di variare anche sensibilmente i tempi anche all’interno dei singoli numeri musicali, quasi mai aiutando i solisti.
I quali, di fama, hanno fatto quello che potevano: buono ci è parso Antonino Siragusa, al debutto nel ruolo massacrante di Arnold. Risolto con aplomb persino sorprendente, in particolare nel duetto con Tell e nei due duetti con Mathilde, interpretati con grande precisione ritmica e dinamica e grande attenzione per la partitura. Acuti al solito sfavillanti e colore omogeneo in tutta la gamma. Solo al termine della cabaletta finale arrivava leggermente affaticato, sebbene il tempo assurdamente lento staccato da Gelmetti nel cantabile precedente non l’avesse certo aiutato. Prestazione in ogni caso convincente.
Meno buoni i risultati per Eva Mei, Mathilde, che sebbene abbia cantato con i soliti gusto e precisione si è dimostrata lontana dalla parte sia vocalmente (voce troppo piccola, soprattutto in centro e nei bassi) che interpretativamente (né compostezza neoclassica, né preludio al romanticismo). Una prestazione così compassata da farci dire che questo repertorio è probabilmente ancora lontano dal consentirle di ripetere i trionfi cui ci ha abituato.
Registicamente nè Arnold nè Mathilde non erano risolti, ma pareva che neppure il regista avesse provato ad affrontarli. Guillaume Tell, invece, ancora una volta il bravo Michele Pertusi, dall’idea base dell’azione veniva compromesso in maniera così pesante, che il cantante parmigiano, storico Tell a Pesaro, riusciva a esprimersi efficacemnete solo nell’aria (cantata veramente bene), mentre nel resto dell’opera pareva adattarsi di mal grado a quanto lo circondava con resa vocale necessariamente ridotta. La voce rimane comunque ancora solidissima e di gran volume, precisa negli accenti e convincente dal punto di vista stilistico.
Dal male al pessimo tutti gli altri, in particolare la Jankovà, che tante altre volte abbiamo apprezzato, nei panni di Jenny (Ruolo ovviamente non più en travesti, ma la figlia di Tell si chiama Jenny e l’intero libretto è modificato per consentire che un ruolo maschile cantanto da una donna ritorni ad essere femminile), il basso Alfred Muff, un’istituzione a Zurigo ma un inutilmente tonitruante Gessler e i due tenori, Andreas Winkler, terribile Rodolphe, e Domenico Menini calicchiante pescatore, o meglio spazzino.
A questo punto dobbiamo a malincuore parlare della produzione di Adrian Marthaler. Il regista parte dall’idea che la Svizzera oggi stia vivendo un periodo di relativo isolamento da conservarsi gelosamente. La scena si apriva dunque su una rappresentazione dei simboli nazionali (oro, cioccolato, coltellini, formaggio, ecc.) posti su una serie di balaustre, con uno spazzino che si aggirava raccogliendo le cartacce (ah le proverbiali strade pulite!) e una serie di attoniti personaggi i quali, nell’indifferenza dell’uomo medio, lottano contro le prevaricazioni dell’oppressore straniero, il quale è, incredibilemnte, la Comunità Europea con tanto di soldati e bandierine blu stellate. Lo stesso Tell non esiste, ma è un padre di famiglia borghese probabilmente progressista che con moglie e figlia (!) lotta perché il popolo si ribelli e mantenga la propria integrità ispirandosi ad un immaginario vate tutelare medievale con tanto di statua. Arnold e Mathilde sono due giovani di buona famiglia, innamorati che trovano la propria via nella vita regredendo all’infanzia: lei in vestito da scolaretta con tanto di basco rosso e calzettoni al ginocchio, lui che, dopo aver cantato la celeberrima aria del quarto atto, impugna una barchetta giocattolo per attraversare il lago ed abbracciarla. Lago che dovrebbe essere in tempesta, ma appare calmissimo. La balestra è un “puro prodotto svizzero”, certificato probabilmente, ma non lancia dardi, colpisce la mela nel terzo atto e uccide il (a questo punto povero) Gessler con la forza del simbolo. Quindi sciocchezze e ancora sciocchezze hanno massacrato la partitura fino al paradigmatico finale. Prima del celebre concertato un lunghissimo pedale in orchestra per dare il tempo che sparisca la proiezione sul sipario delle frasi fondanti dell’indipendenza svizzera; apertura del sipario su un palcoscenico vuoto in cui una Svizzera stilizzata, con tanto di bandiera bianco crociata, galleggia in un paesaggio stellare; gli interpreti che cantano nella prima fila di platea e il coro nelle gallerie dietro al pubblico che…è in festa e soddisfattissimo alla fine della recita.
Schweiz über Alles dunque! Per noi non particolari brividi, ma, dobbiamo ammetterlo, un po’ di pena.
Marco Cabrino
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