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Peter Grimes

Opera in un prologo e tre atti Libretto di Montagu Slater dal poema The Borough di George Crabbe

Musica di Benjamin Britten Versione in lingua originale

Personaggi Interpreti

Peter Grimes - Neil Shicoff

Capitano Balstrode - Mark S.Doss

Ellen Orford - Nancy Gustafson

Robert Boles - Marc Milhofer

Auntie - Cornelia Wulkopf

Mrs. (Nabob) Sedley - Elena Zilio

Prima Nipotina - Silvia Colombini

Seconda Nipotina - Daniela Schillaci

Swallow - David Wilson-Johnson

Ned Keene - George Von Bergen

Rev. Horace Adams - Dominic Armstrong

Hobson - Lucas Harbour

Un ragazzo apprendista - Adam Gatti

Dottor Crabbe - Enzo Porraro

Direttore d’orchestra - Yutaka Sado

Regia - Willy Decker ripresa da François de Carpentries

Scene e costumi - John Macfarlane

Luci - David Finn

Coreografia - Athol Farmer

Maestro del coro - Roberto Gabbiani

Orchestra e Coro del Teatro Regio

Allestimento Théâtre Royal de La Monnaie di Bruxelles

 

Come on! Land me!                                   Avanti! Portatemi a riva!

“Turn the skies back and begin again”.     “Riportate indietro i cieli e ricominciate daccapo”

….

 

To hell with all yout mercy,                                 Al diavolo voi e tutta la vostra misericordia

to hell with your revenge.                           al diavolo voi e la vostra vendetta.

And God have mercy upon you!                 E Dio abbia pietà di voi!

 

In tanti anni di frequenze teatrali, poche, pochissime volte, abbiamo visto “vivere” un personaggio come nella penultima scena di Peter Grimes, andato in scena al Teatro Regio di Torino. La disperazione che si fa tragedia mitica, il comprendere al crepuscolo di una vita come pochi attimi, poche scelte, possano condurre un uomo alla disperazione prima, alla distruzione, poi. Un uomo che sopraffatto dal rimorso anela ad un passato immacolato, ad una vita cui probabilmente non gli è mai stato concesso vivere. Un uomo però che, lucidamente folle, oppresso dalla pressione che la società, il borgo, con le sue invidie, il suo perbenismo, le squallide rivalità, gli sta scaricando addosso come su un capro espiatorio, reagisce, non si piega. Si uccide, ma non consente al borgo la soddisfazione di distruggerlo. Novello Ulisse supera le proprie colonne d’Ercole, si abbandona al lavacro oceanico, e il suo perdono, cantato con suprema disperazione, è peggio di una maledizione. E per il pubblico in sala è la catarsi. Finalmente ci si può innamorare di quel personaggio violento, meschino, condannato all’errore, forza della natura e come la natura indifferente al dolore degli altri, che però si dimostra fatto di roccia e acqua come quell’oceano che lo inghiottirà facendone un mito dell’incomunicabilità. Non bastano però le parole di Slater, tratte dal poemetto di Crabbe, né la sublime musica di Britten, a creare la catarsi. Occorre un interprete di tale levatura da essere capace di non interpretare un personaggio, ma come dicevamo, di viverlo, e questo è al Teatro Regio di Torino Neil Schicoff. Il tenore americano si è ritagliato l’ultima parte della carriera in modo magistrale: pochi ruoli, solo quelli in cui può giganteggiare. Vocalmente Schicoff è un cantante fuori dalle scuole e dalle classificazioni tradizionali. Vocalità tecnicamente dritta, di difficilissima decodificazione (Schicoff in gioventù ha cantato spesso in sinagoga come Jan Peerce e Richard Tucker prima di lui, e questo spiega l’efficacia del risultato data da una scuola di canto vecchia di secoli). In un altro cantante una tecnica così spigolosa avrebbe probabilmente portato in breve tempo alla rovina. Per il tenore americano pare essere la quadratura del cerchio, gli consente una tenuta esemplare in tutti i registri, una dizione esemplare ed un’intonazione impeccabile. Ma soprattutto gli consente una verità drammatica che poche volte abbiamo ritrovato. Che interpreti l’ebreo Eleazar, lo psicotico giocatore d’azzardo Hermann o un pescatore violento ed asociale, Schicoff è il personaggio che interpreta ed è commovente quando alla fine, tra il tripudio d’applausi, compare quel sorriso timido e soddisfatto, consapevole che ancora una volta ha centrato il bersaglio.

Naturalmente perchè uno spettacoli voli così in alto non basta un solo interprete, occorre che tutte le componenti, musicali e registiche, si completino a vicenda. La regia era di Willy Decker, uno dei più grandi registi contemporanei, ripresa egregiamente da François de Carpentries. Scena per lo più fissa, rappresentante un mare in tempesta, recitazione naturalistica, con qualche riferimento schiettamente impressionistico, grazie ad un gioco di luci magistrale e al parco, ma efficace, uso di oggetti di scena, riesce a rendere l’allucinante mondo del borgo e al contempo l’alterità dei protagonisti, che per Ellen e Balstrode rimarrà un tentativo, per Peter, suicidandosi, un’affermazione definitiva. Vogliamo solo descrivere qualche scena, almeno le più significative e spesso le più agghiaccianti. Come l’entrata di Peter durante la tempesta, in cui dal fondo della scena si spalanca una porta e lui, l’alter-ego della società stessa, appare circonfuso di luce quasi un angelo demoniaco. Così come Peter che rientra nella capanna tirando il corpo del bambino morto e, sedutosi sul letto, stringe la mano del cadavere, quasi in macabra veglia. Altrettanto riuscita è la capacità di gestione delle masse: quell’aggirarsi della folla a seguito del prete, reggendo in mano una croce coperta dal maglioncino del bambino morto al grido ossessivo di “Peter Grimes!” era di efficacia mirabile. E l’idea che le donne nell’eccitazione parossistica del tentato linciaggio cambino il colore degli abiti che virano dal nero ad un rosso sempre più selvaggio: agghiacciante, ma che prova di teatro!

Musicalmente il risultato ha superato ogni attesa. Il direttore Yutaka Sado ha condotto un’orchestra in stato di grazia (le prime parti su tutte, la prima viola, lo struggente primo violoncello, l’arpa che duetta musicalmente per tutta l’opera con la protagonista, gli ottoni tutti portati spesso al parossismo) dando una lettura assolutamente personale dell’opera. Lontano dall’esempio del compositore stesso, ma anche dagli epigoni inglesi dello stesso, ha diretto l’opera di Britten sottolineandone le parti al calor bianco, i tratti mahleriani, senza però perdere mai né il filo del discorso né il sostegno ai cantanti. Grande prova per un direttore di ascendenza sinfonica il giganteggiare in egual modo sia negli intermezzi marini (la tempesta, ma, soprattutto, la divina passacaglia) sia nell’accompagnare il canto (il quartetto delle donne Ellen, Zietta e Nipotine era paradigmatico per questo aspetto). Coro ancora più in stato di grazia, perfetto nel canto così come nella recitazione: non abbiamo paura nel dire che oggi in Italia il coro del Regio non è secondo a nessuno, anzi.

Del protagonista abbiamo già detto, ma Peter Grimes è un’opera in cui il ruolo del titolo giganteggia solo in opposizione a coprotagonisti di medesima levatura. Ellen era Nancy Gustafson la quale, se non ha nell’intonazione il suo punto di forza, è un’interprete praticamente perfetta. Basterebbe ricordare il ruolo di fulcro dell’odio del borgo cui spesso Ellen viene posta nella regia di Decker come filtro a Peter e vedere come la cantante recita questi momenti per osannarne le capacità. Balstrode era Mark S.Doss che tornava a Torino dopo il Battista dell’anno passato confermandosi voce di carattere e attore di gran classe. Tutti strepitose le parti di fianco. Vogliamo sottolineare solo la prova dell’intramontabile Elena Zilio nel ruolo della cattivissima Mrs. Sedley (e certi sguardi arrivavano al pubblico direttamente dal neorealismo che ha fatto grande il cinema italiano) e le due nipotine Silvia Colombini e Daniela Schillaci in grado di portare squarci di belcanto in un’opera espressionista. Ma tutti, veramente tutti meriterebbero una sottolineatura.

Teatro non pienissimo, pubblico entusiasta con ovazioni finali per protagonista e direttore. In pochi anni a Torino abbiamo avuto un Billy Budd e un Peter Grimes di riferimento, speriamo che si continui ad esplorare la drammaturgia di uno dei più grandi compositori di ogni tempo e non solo, come spesso si dice, della seconda metà del novecento. 

                                                        Marco Cabrino

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Tenore                Ben Heppner

Pianoforte          Thomas Muraco

 

 

Franz Schubert           Dem Unendlichen D 291

Im Abendrot D 799

Gott im Frühlinge D 448

Die Allmacht D 852

Richard Strauss          Zueignung op. 10 n. 1

Das Rosenband op. 36 n. 1

Du meines Herzens Krönelein op. 21 n. 2

Befreit op. 39 n. 4

Benjamin Britten        Da The Holy Sonnets of John Donne op. 35

Batter my heart

Da Winter Words op. 52

The Choirmaster’s Burial n. 5

Proud Songsters n. 6

Henri Duparc              Extase

Chanson triste

Le manoir de Rosemonde

Phidylé

Vincenzo Bellini         Dolente immagine di Fille mia

Gaetano Donizetti      Su l’onda tremola

Giuseppe Verdi          Brindisi

Giacomo Puccini        Canto d’anime

 

Bis

Umberto Giordano     Amor ti vieta da “Fedora”

Giacomo Puccini        Ch’ella mi creda da “La fanciulla del West”

Trad.                           Cold Rose of Picardy

Trad.                           Rock’n Roll

 

 

In occasione del secondo dei recital di canto in programma presso il Teatro alla Scala nella stagione 2008-2009 abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare, per la prima volta dal vivo, accompagnato al pianoforte dal pianista italo-americano Thomas Muraco, il famoso tenore canadese Ben Heppner.

Confesso che le aspettative prima del concerto erano molto alte, giacché nel corso degli anni il nostro ha saputo ritagliarsi nel repertorio un ruolo unico a livello mondiale. Attese che sono state soddisfatte e anzi in gran parte superate. Il tenore canadese si è presentato in forma smagliante all’appuntamento milanese, molto dimagrito rispetto a qualche anno fa, cosa che aveva fatto dubitare qualcuno riguardo alla tenuta della sua voce, la quale invece ha mantenuto tutta la sua freschezza e la sua proiezione. Se qualche passaggio in pianissimo ha presentato qualche innegabile durezza, la cosa non ha inficiato per nulla la prestazione del cantante. Anzi, paradossalmente, ha meglio focalizzato due caratteristiche del concerto: prima di tutto il coraggio nella scelta di un repertorio in cui nulla, ma veramente nulla, poteva essere nascosto o omesso, dal pianissimo più morbido, alla cavata sostenuta, fino alle agilità; secondo il fatto che, per una volta, ci siamo trovati davanti ad un vero tenore drammatico. Un cantante cioè dal volume di voce impressionante ma che, al contempo, grazie ad una tecnica scaltrissima, proietta la voce efficacemente in una sala non adattissima ai concerti con il pianoforte. Voce che, pur ricca nei centri, si sfoga negli acuti e in questi trova quel bagliore lucente assolutamente assente in tanti di quei tenori che pensano che una voce tutta di gola e indietro, ma con accenti esasperati possa dare l’idea del tenore drammatico.

Ed allora ci siamo innamorati di un Schubert giovanile e baldanzoso, ma che riusciva in “In Abendrot” a piegare il suono in’efficacissima e suadente cantilena. Così come di uno Strauss perfettamente in stile in cui la voce, ormai scaldata, consentiva di “aprire le valvole” e stupire il pubblico anche per il volume in “Befreit”. Dopo l’intervallo la commozione assoluta dei brani britteniani era seguita dalle Melodie francesi di Duparc, dove il tenore ha fraseggiato in maniera esaltante, ben supportato dal pianista che, in altri momenti della serata era stato sopra le righe forse ancora più del panciotto che indossava. Nei brani italiani Heppner ha potuto scaldare il pubblico con un suadente “Dolente immagine di Fille mia” e da un “Brindisi” verdiano pieno di brio, per poi, negli encores, farsi sommergere di applausi. “Amor ti vieta” è stata da manuale, ma in “Ch’ella mi creda” sono risuonate quelle note robuste, ma perfettamente a fuoco, quegli acuti sicuri e squillanti, “eroici” nel senso più puro del termine che sono propri del tenore drammatico e che alla Scala, purtroppo, mancano da troppi anni. Il concerto è poi terminato con un bellissimo, e cantato altrettanto bene, brano tradizionale inglese e da un fuori programma in cui il protagonista, accompagnandosi al pianoforte, ha eseguito un rock’n roll tradizionale, cambiando le parole e tramutandolo in un esilarante chiusura nel tripudio del pubblico.

 

Di seguito un filmato di uno dei brani della serata eseguito con orchestra diretta da James Levine qualche anno fa:

 

 Immagine anteprima YouTube

 

Il sito del grande tenore canadese:

 

http://www.benheppner.com/

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