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  • Manicheo? Orgogliosamente!

    Amin Malouf “Giardini di luce”

    Maaolof Giardini di luce

    Nella preparazione culturale per il nostro prossimo viaggio in Iran mi sono imbattuto in questo bel romanzo di Amin Maalouf, di cui avevo già letto lo splendido Manoscritto di Samarcanda che racconta la vita e l’insegnamento di Mani, cultore della fratellanza universale al tempo dei Sassanidi nel terzo secolo dopo Cristo. In un periodo in cui l’attuale Persia era l’unico impero in grado di rivaleggiare con Roma, fintanto da catturarne e farne schiavo l’imperatore Valeriano stesso, operava questo strano, dimenticato profeta che nel periodo di massimo sviluppo delle prime religioni monoteiste, l’un contro l’altra armata, predicava l’unione spirituale dell’umanità sotto l’egida di un unico creatore, fosse esso il Dio degli ebrei, dei primi cristiani, Mitra, Giove o Ahura Mazda, fino al Pantheon Indiano. Senza negare al dio supremo le fattezze della filosofia greco-romana. Un dio che è’ luce in opposizione alla tenebra, che unisce e non divide.

    Filosofia rigettata dai potenti e dai religiosi, fino a cancellarla tanto che oggi il termine manicheo e’ quasi spregiativo, quando sarebbe, oggi una volta in più una speranza per il medio oriente sempre più martoriato da guerre, anch’essa, religiose.

    Bel libro, asciutto e molto poetico.

    Lo consiglio vivamente dichiarando che potrei essere orgogliosamente Manicheo!

    M.


  • Il Cimitero di Praga

     

     

    Recensire un libro di Umberto Eco è per me particolarmente difficile, visto l’affetto che dall’adolescenza mi lega a questo Autore…libri come Il Nome della Rosa e il Pendolo di Foucault mi hanno lasciato definitivamente una traccia nell’anima, così come il suo ultimo romanzo, sebbene sia difficile innamorarsi del protagonista.

    Il Cimitero di Praga è, nell’insieme, romanzo storico, feuilleton, spy-story: tutto quello che vi accade è reale e documentato, così come sono reali i personaggi che vi si muovono.

    L’unica “invenzione” dell’Autore è il protagonista Simone Simonini, che però fa cose realmente fatte da qualcun altro, sublimando quindi in sé diversi personaggi più o meno storici.

    Nel creare Simone l’Autore ha cercato di battere tutti i record di antipatia, ed il protagonista è forse uno dei personaggi  più odiosi  della storia della letteratura. Simone si muove prima come notaio falsario, poi come agente segreto, quindi come spia e contro-spia (quando scopre che è molto più redditizio fare il doppio, ma anche il triplo gioco), nonché commerciante di ostie consacrate vendute sottobanco per le Messe Nere.

    Nel suo diario (e nella ricostruzione di un Narratore), che scrive dal 1897 al 1898, annota con crudezza le sue avventure e disavventure, perseguitato da un “doppio”, l’Abate Dallapiccola, che forse ha pure ucciso, ma senza ricordarsene (via via i nodi della sua schizofrenia verranno al pettine…).

    Simone è un individuo vile, cupido di denaro e senza grandi passioni (tranne quella del cibo, che permette l’Autore di disseminare il romanzo di ricette), privo del senso dell’amicizia se questa non gli conviene, e affetto da un sacro disgusto per le donne. Uccide senza rimorso, solo per cacciarsi fuori dai guai, e non esita a tradire la fiducia di chiunque.

    Ma soprattutto, Simone è ferocemente antisemita, anche un po’ per colpa del nonno, realmente esistito e fomentatore dell’odio razziale; questa ossessione lo porterà per tutta la vita a redigere documenti falsi, spesso ispirati da altri “ideologi dell’antisemitismo”o farabutti come Taxil, nel tentativo di spiegare al mondo intero che in realtà Ebrei e Massoni stanno pianificando il loro dominio sull’universo.

    Simone attraversa quindi momenti storici come lo sbarco dei Mille, i giorni della Comune di Parigi, la nascita delle prime invenzioni tecnologiche…conosce Ippolito Nievo, Garibaldi, i Dumas, e anche un fantomatico Dottor Froïde. Provocatoriamente egli è un “Forrest Gump” al contrario, complice degli intrighi storici tra Massoneria, Gesuiti, società segrete, responsabile anche dell’affare Dreyfus!

    Il retroscena amaro del romanzo è che egli inizia a stilare quelli che poi verranno pubblicati come “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion” (tutt’ora reperibili in qualche libreria), falsi documenti che saranno, tra l’altro, un substrato su cui Hitler preparerà la sua “soluzione finale”.

    E così, assieme ad un personaggio infame, Eco ci regala anche il senso di questa storia: nulla è come appare, ed è molto più facile credere ad un falso ben confezionato che ragionare di testa propria. Che l’Autore abbia ragione quando afferma che “l’unico personaggio inventato sia il più vero di tutti, e assomigli moltissimo ad altri che sono ancora tra noi”?

     

                                                              Claudia Darpi

     


  • Metà di un sole giallo

    Questo libro io non l’ho mai comprato. O meglio non consapevolmente. Mi ricordo benissimo di quando gironzolando in libreria e, avendo come al solito un mucchietto di libri in mano, mi apprestavo a comprare l’autobiografia di Woody Allen, che però con mia sorpresa non mi sono ritrovato nella borsa arrivato a casa. Al suo posto ho trovato “Metà di un sole giallo”: probabilmente ho appoggiato il mucchio di libri su una delle varie cataste e, lasciato lì il testo del regista statunitense, ne ho preso inavvertitamente un altro. Come se il libro avesse voluto venire a casa mia di sua spontanea volontà. Poche volte sono stato più soddisfatto di un mio sbaglio. Il libro, scritto da una giovane scrittrice nigeriana, Ngozi Adichie Chimamanda, è di gran lunga tra i più belli che ho letto negli ultimi mesi. Tratta della Nigeria degli anni sessanta, o meglio di quel pezzo di Nigeria che in quegli anni è stata l’effimera Repubblica del Biafra, nome che, non nascondo, conoscevo, come penso tutti quelli della mia generazione, solo come la scusa addotta dai miei genitori quando da piccolo dovevo finire cosa avevo nel piatto. “Mangia che nel Biafra muoiono di fame!”, cose così. Eppure ho scoperto una guerra dimenticata, un’altra guerra africana, di quelle come il Darfur, che pur presenti nei nostri media e nelle nostre coscienze, non arrivano quasi mai a sfiorare il nostro orizzonte. Anzi forse la prima di queste guerre dimenticate. L’autrice la racconta con l’aiuto di una storia, quasi una saga famigliare; anzi in estrema sintesi raccontando la storia di come cinque personaggi cambiano, evolvono, si adattano allo scorrere della Storia sulla loro vita. Lo stile è quello di altre grandi scrittrici che si sono occupate di situazioni al limite, o oltre il limite, ma senza biasimo e pietismo, con la freddezza che solo la poesia addolcisce, colpendo al cuore il lettore. Cinque personaggi: due gemelle, agiate, appartenenti alla borghesia aavamzata e corrotta di una minoranza etnica, gli igbo, laureate in Europa, ricche, cresciute in un ambiente protetto, apparentemente inattaccabile e immutabile. Olanna, bellissima, sempre sulla cresta dell’onda, di successo. Dotata di una bellezza da statua, di quelle che fanno impazzire sia gli appartenenti al suo gruppo sociale, ma anche gli uomini in genere, in particolare gli europei, che sceglierà la rivoluzione, la fede acritica nel sogno di una patria. La sua gemella, Kainene, non le può essere così diversa, alta, ossuta, poco attraente, ha sempre lottato con la classe sociale cui appartiene. Cinica, dura, beffarda apparentemente inscalfibile, senza più contatti con la stessa sorella che considera una debole; al contatto con la disperazione più cruda sfodererà capacità che probabilmente non sapeva di avere. I due mariti: Odenigbo, il professore rivoluzionario, che sposa Olanna per amore ma anche per consacrazione personale, che prima della guerra aveva in casa uno dei salotti più in vista della nazione, luogo di poesia, discussioni politiche, libagioni e aggressività repressa, e Richard, inglese malato d’insicurezza, che innamorato dell’arte igbo, troverà in Africa uno scopo alla vita e sarà un biafrano persino più biafrano dei suoi vicini, pur essendo biondo e bianco, ma che non riuscirà a superare i suoi spettri infantili. E il giovane Ugwu, ragazzino illetterato, ma di sublime poesia, che dalla campagna più arcaica va a servizio da Odenigbo e ne prende ispirazione per la propria crescita intellettuale. Colui che più di tutti si scontrerà con la terribile durezza, con le contraddizioni della guerra, percorrendo un vero e proprio girone infernale di abiezione, paura e dramma. E sono queste persone che l’autrice scaglia con chirurgica precisione nella storia, così come Elsa Morante o Nadine Gordimer, per raccontarci un’onda travolgente di rabbia, umiliazione, orrore. Dove la morte, ma soprattutto la fame, che diventa quasi un archetipo mitico, la lordura, la prevaricazione travolgono tutto e tutti. Solo l’amore può essere baluardo all’orrore, un amore che rinasce sempre, coprendo, sanando i ricordi, dando speranza. E solo la poesia può dare la forza, ma anche il motivo di raccontare tanto amore e tanta sofferenza. Tutti lotteranno per difendere quella metà di un sole giallo (il simbolo sulla bandiera biafrana) e la poesia che per essi rappresenta, uno di loro non tornerà e sarà tragedia, e se “la sofferenza è un monumento all’amore: solo chi prova dolore autentico può dire di avere amato davvero” questo libro è un monumento a un sogno, a un’illusione forse, che ha sconvolto milioni di anime tra l’inizio e la fine degli anni sessanta. I sopravvissuti dissero: “il mondo taceva mentre noi morivamo”. Ebbene con questo testo l’autrice riesce ancora una volta a non far tacere la Storia.

    Piccola chiosa: il primo libro dell’autrice “L’ibisco viola” pare essere introvabile perchè fuori catalogo, confido che trovi il modo di arrivare da solo nella mia biblioteca. Farò di tutto per dargli una mano.

    Riporto sotto il sito web dell’autrice, che è ricco di spunti e molto interessante, e quello sul libro:

    http://www.l3.ulg.ac.be/adichie/

    http://www.halfofayellowsun.com/

                                                                                                             Marco Cabrino


  • Il lato oscuro dell’amore: i profumi della Siria

    La quarta: “Una storia d’amore proibita e struggente, quella tra il giovane Farid e la bella e sensuale Rana. La saga di due famiglie, divise dalla legge dei clan e da una faida sanguinosa. Un affresco storico che ripercorre le tormentate vicende del Medio Oriente, dalla fine dell’Impero Ottomano ai giorni nostri, tra guerre e rivolte, trame segrete e feroci dittature, spaziando dalla Siria al Libano, dall’esilio in Europa e in America all’emigrazione in Arabia Saudita. La biografia di un popolo, quello siriano, incessantemente tormentato dalla politica alla religione. Il ritratto di una città misteriosa e affascinante, Damasco, che rivive in queste pagine con precisione e tenerezza.”

    Libro veramente unico nel suo genere, splendido per atmosfera, ricco di personaggi in maniera quasi sovrabbondante, ma in grado in questo modo di condurre l’avvincente storia di due famiglie rivali su un piano più alto fino al creare la saga di un popolo, quello siriano, che nel secolo appena passato ha subito trasformazioni tra le più estreme. Strutturato in maniera avvincente, a tessere che a mano a mano vanno ad incastrarsi a formare il mosaico, stupisce nel saper ricreare nel lettore i profumi, i colori della Siria, ma anche le angherie del potere. A tutti i livelli: dalla serie di dittatori che oscillano tra il grottesco al terribile, dal rapporto padre-figlio, ma soprattutto dal terribile rapporto degli uomini sulle donne che hanno caratterizzato per lunghi anni le parti meno colte della società. Eppure è proprio da questa eterna, immobile, dogmatica sopraffazione che nasce quel “Lato oscuro dell’amore”, quella capacità di resistere ad oltranza della donna mediorientale che sola contro tutti (la famiglia, la società, spesso gli stessi uomini amati), così come il giunco riesce a piegarsi senza spezzarsi, offrendo un’oasi di civiltà e amore indispensabili a quella parte dell’universo maschile che è in grado di superare le ancestrali abitudini. Donne che non hanno paura di amare, di concedere il proprio erotismo in maniera libera e consapevole, pur pagandone spesso il prezzo, porti accoglienti, spesso ponti per il paradiso di uomini persi nel vortice degli odi politici, razziali, religiosi. Donne in grado di trasformare il loro cuore da abbacinante fiore a duro e spinoso cactus, ed in questo in grado di sopportare qualsiasi cosa pur di tornare a fiorire nelle braccia dell’uomo amato. L’autore costretto all’esilio in Germania dal 1971 non è certo tenero con la sua patria, né con i suoi concittadini cui però è legato da amore sincero e rispetto profondo, il tutto venato dalla nostalgia per un mondo che non è più non solo per lui, ma, nel turbinoso susseguirsi degli eventi, non potrà che essere necessariamente un ricordo.


  • QUESTE OSCURE MATERIE – Philip Pullman

     

    Queste oscure materie. La trilogia completa. La bussola d'oro­La lama sottile­Il cannocchiale d'ambra

     

     

    (Salani Editore)

     

     

     

     

     

    Definire la trilogia “Queste Oscure Materie” come una serie per ragazzi, come qualcuno ha tentato di fare, sarebbe non solo riduttivo, ma altresì ingiusto.

    E limiterebbe tristemente le qualità di Philip Pullman, che in questi romanzi spazia con disinvoltura dall’avventura “salgariana” alla filosofia metafisica, dai rimandi a poemi come il “Paradiso Perduto” di John Milton alla fantascienza vera e propria, senza tralasciare incursioni nella fisica quantistica (le sue descrizioni del subatomico mi hanno ricordato molto “Il Tao della Fisica” di Capra).

     

    Dal primo capitolo della trilogia, “La Bussola d’Oro”, è stato anche recentemente tratto un film che ha ottenuto un discreto successo. Sarebbe stato interessante, per lo meno per scoprirne le soluzioni visive, poter vedere anche il seguito, sebbene il dubbio che i successivi due capitoli sarebbero stati sforbiciati e “addolciti” rimane.

    E’ triste invece pensare che negli USA il secco “no” da parte delle autorità religiose abbia fatto in parte fallire gli incassi del primo film e abbia decretato il destino dei due seguiti.

     

    Che Pullman sia uno scrittore ultra-laico è evidente: ma pensare che la lettura dei suoi romanzi possa “fuorviare” gli animi dei ragazzini è veramente penoso.

    Semmai l’autore prende posizione contro tutto ciò che diventa regime imposto, si batte contro la censura e le false ideologie e soprattutto pone come tema centrale della trilogia la difesa del libero arbitrio e la possibilità di mettere in dubbio conoscenze che ci sono state imposte attraverso l’educazione scolastico-religiosa.

     

    Protagonista principale, e rappresentante per antonomasia di questo libero arbitrio, è Lyra Belaqua, ragazzina di dodici anni che subito conosciamo e che ci accompagnerà fino alla fine delle avventure crescendo e maturando con il lettore.

    La Lyra di Pullman è un personaggio tenace, impulsivo, restio alla disciplina e spesso imbroglione e bugiardo. Ma soprattutto è “curiosa” e pronta a mettere sempre tutto in discussione. Non c’è traccia, in tutta la trilogia, di leziosità o sdolcinerie (cosa che ci si potrebbe aspettare da un ciclo per ragazzi).

    Lyra non fa nulla per essere “simpatica” al lettore, ma certo è veramente un personaggio a 360°, così come tutti quelli della trilogia.

    Nel mondo (parallelo al nostro) di Lyra l’anima è visibile sotto forma di daimon, animale che in qualche modo rappresenta il carattere della persona. Così Lyra, come tutti i bambini pre-adolescenti, ha Pantalaimon (detto Pan), daimon ancora capace di cambiare forma a piacimento.

     

    Nel primo romanzo, “La Bussola d’Oro”, veniamo a conoscenza del mistero che ne avvolge la nascita e scopriamo che la bambina avrà un ruolo fondamentale per il futuro del mondo (e dei mondi paralleli) intero.

    Tutto si svolge tra incredibili viaggi al Nord, battaglie tra orsi e voli in areostato. Lyra parte dal Jordan College della Oxford parallela con in dono l’aletiometro, lo strumento che dice sempre la verità, e che è, appunto, la Bussola d’Oro del titolo.

    Questo primo romanzo è forse quello dove l’avventura “nuda e cruda” ha più il sopravvento…la tessitura teologico-fisica qui è appena abbozzata, il mistero della “Polvere” è già un problema presente ma niente ancora ci viene svelato.

    Conosciamo qui tutti i principali personaggi, tra cui spiccano l’orso umanizzato Iorek Byrnison, l’aeronauta texano Lee Scoresby (..magia del fantasy…un personaggio uscito direttamente dai vecchi western) dai modi grezzi ma dalla profonda umanità, i Gyziani, popolo delle acque e la bellissima strega Serafina Pekkala. Nel ruolo dei “cattivi, ma non troppo” troviamo il geniale e freddo Lord Asriel e la crudele e affascinante Miss Coulter…personaggi che definire negativi sarebbe sbagliato, in quanto si muovono nella storia seguendo quella che è per loro la verità da difendere….solo alla fine della trilogia avremo la possibilità di giudicare il loro operato….

    Riassumere la storia è impossibile, diciamo solo che La Bussola d’Oro è l’inizio del viaggio e delle avventure iniziatiche di Lyra e della sua battaglia contro il Magisterium, l’autorità religiosa che pretende di prendere il potere sulle decisioni del popolo e che crede di poter liberare per sempre i bambini dal peccato originale costringendoli a subire la più terribile delle mutilazioni, il distacco dal proprio daimon (ecco che qui si inizia a profilare il tema centrale della trilogia…peccato originale = acquisizione del libero arbitrio).

    Ci sono momenti di vera avventura e pagine dickensiane, come il rapporto così tenero e affettuoso tra Lyra e Farder Coram, ma anche momenti di tensione (le descrizioni del laboratorio di Bolvangar fanno veramente pensare alle sperimentazioni dei nazisti sui prigionieri dei lager), e così pure momenti di intensa commozione, come la morte del piccolo Tony Makarios.

    Il tutto descritto magnificamente dalla penna di Pullman, grandioso negli affreschi immaginari che riescono a creare davanti ai nostri occhi un mondo fantastico ma veramente plausibile, e che ha il dono di una scrittura che non solo è descrittiva ma anche epica e veramente degna dei grandi romanzieri inglesi del passato.

     

    Il secondo capitolo, “La Lama Sottile”, è forse quello più complesso.

    Inanzitutto si svolge non più nel mondo di Lyra, ma in mondi paralleli, tra cui il nostro, e aggiunge un altro protagonista, il ragazzino (del nostro mondo) Will Parry.

    Will racchiude i sé, a mio parere, tutto il pathos dei personaggi dei romanzi di formazione e ha un che di dolente ed eroico che mi ricorda il mito di Parsifal (la disperazione per aver lasciato la madre, la ferita sempre aperta, come Amfortas, il passaggio forzato da infanzia ad età adulta, con tutta la sofferenza che ciò si porta dietro).

    C’è anche qui un oggetto misterioso che dà il titolo al libro, la Lama sottile, appunto, un coltello in grado di aprire porte verso universi paralleli, di cui Will diventa, suo malgrado, portatore e custode.

    Anche qui l’avventura abbonda, ma si profila nettamente il problema filosofico su cui poggia la trilogia: in ogni universo parallelo o meglio, in ogni popolazione senziente c’è stato un momento preciso e documentabile in cui ogni uomo o essere ha acquisito consapevolezza di sé (distinguendosi dalla bestialità) e ha cominciato a creare la sua cultura (la mia descrizione è riduttiva, ma rende l’idea….in realtà ci si potrebbero scrivere pagine e pagine…).

    Quest’evento è visto dal Magisterium come l’allontanamento da Dio (che qui prende il nome di Autorità) tramite il peccato originale e quindi ne consegue che per loro il libero arbitrio è un male e che bisognerebbe tornare alla purezza primitiva.

    Ma qui Pullman fa il salto di qualità, perché tra un’avventura e l’altra ci vengono svelate alcune verità sconvolgenti: la Polvere scorre negli adulti, ma non è il peccato originale, bensì il libero arbitrio stesso…e allora chi ha creato la polvere?

    Esiste un creatore, o è la Polvere stessa ad aver creato l’Autorità?

    E nel nostro mondo, come identifichiamo la Polvere?

    Presi da questi interrogativi, che l’autore svelerà attraverso i personaggi, portando il lettore stesso ad effettuare un viaggio iniziatico verso la consapevolezza, ci viene presentato un altro importante personaggio, la dottoressa Mary Malone, esperta di fisica quantistica ed ex-suora (di nuovo scienza contro religione).

    Assieme a Lyra e Will inizierà anche lei un viaggio tra mondi impossibili sfidando ancora il Magisterium e la Signora Coulter agguerrita più che mai e decisa ad impadronirsi dei due magici oggetti.

    Ritroveremo anche l’orso Iorek e il buon Scoresby, così come la coraggiosa Serafina Pekkala e gli angeli Balthamos e Baruch (anche loro creature di mondi paralleli). E scopriremo che Lyra altri non è se non la nuova Eva che deve definitivamente spazzare via la falsa religione dai mondi.

     

    Anche qui le discussioni filosofiche, sempre chiare e mai pesanti, si affiancano alle teorie quantistiche della materia oscura (sì, proprio quel bosone, “la particella di Dio” che ultimamente si cerca di isolare al CERN) e alla pura avventura, senza scordare l’alta poesia (l’incontro di Will col padre è una pagina di grande commozione).

    La stessa Lyra sta crescendo, e acquisisce maturità nel confronto col suo alter-ego maschile Will.

     

    Nel terzo capitolo, il Cannocchiale d’Ambra, veniamo alla resa dei conti.

    La guerra per spodestare l’Autorità, messa in atto da Lord Asriel (scienziato eretico che ormai abbiamo imparato se non ad apprezzare, per lo meno ad ammirare) è iniziata. La stessa Coulter non sa più bene da che parte stare, tutto ciò che sembrava certezza sta crollando.

    Gli angeli stessi sono in guerra, il reggente dell’Autorità, l’angelo Metatron (del cui ruolo nella Talmud ancora si discute), autoelettosi Creatore, è alla fine.

    Will e Lyra compiranno la missione più dolorosa e difficile, intraprendendo un viaggio nel mondo dei morti, che non è né Inferno né Paradiso (come molti martiri erroneamente hanno creduto) ma mondo dell’infinita desolazione.

    Come Enea Lyra e Will ritrovano i cari che hanno perduto, e compieranno per loro il gesto più grande: la liberazione dell’anima, la scomposizione dei loro atomi che finalmente si congiungeranno con il Tutto e con gli atomi degli amati daimon perduti (anche qui ci sono momenti di grande ispirazione…vedere il piccolo Roger dissolversi in un attimo di gioia non è letteratura per ragazzi, è vera poesia).

    Facile la metafora: per superare il dolore della morte occorre immaginare non un “dopo”, ma pensare che facciamo tutti parte di un grande “respiro cosmico” (beh, è praticamente il Paradiso degli scienziati…la materia non si distrugge, tutti i nostri atomi si “riciclano” in qualcos’altro).

     

    Qui Mary avrà un ruolo preponderante, e incontrerà il popolo dei Mulefa, altra grande creazione di Pullman…animali senzienti che si muovono su capsule da semi-ruota e che la aiuteranno a costruire, appunto, il Cannocchiale d’Ambra, lo strumento che può vedere la Polvere.

     

    Anche qui, al di là delle straordinarie avventure, che terminano in un finale “aperto”, ci terrei a descrivere quello che più mi è rimasto nel cuore di questa trilogia.

    Sono anni che un autore non riesce a darmi quel senso di eccitazione mista a tristezza tipica dell’infanzia che se ne va. Alla fine Lyra non è più una bambina, ha cambiato la sua scontrosità in saggezza, ha scoperto l’amore per un’altra persona. Ma nuovamente non c’è smanceria, anzi, c’è la malinconia per aver perduto per sempre qualcosa che non tornerà mai più (anche Pantalaimon si stabilizzerà), mestizia mista alla curiosità verso un mondo ancora da scoprire, quello dell’altro sesso e dei rapporti amorosi: tutto ciò che il Magisterium, in ogni universo, non ha capito e ha cercato di distruggere.

    Così lasciamo Lyra e Will pronti ad affrontare l’avventura più grande, la loro adolescenza, e noi lettori chiudiamo il libro con l’impressione di aver fatto un viaggio meraviglioso e magari ci sentiamo più orgogliosi per averlo letto, perché, per citare Pullman, sono proprio le storie che ci salveranno l’anima: “C’era una volta durerà per sempre”!

     

     

     

     

    Per chi volesse approfondire il mondo di Philip Pullman, esiste un bellissimo sito italiano:

     

    http://www.questeoscurematerie.it


  • CARNIVAL LOVE – APOTEOSI DEI “FREAKS”

    Inauguriamo un angolo dedicato alle recensioni dei libri che più recentemente ci hanno appassionato: ovviamente non siamo critici letterari, questo è solo un modo per condividere con altri quella bella esperienza che è sempre la lettura di un libro!

     

     

     

     

    Dalla quarta di copertina:

     

    Olympia Binewski, una donna albina alta pochi centimetri, narra la propria vicenda sospesa tra presente e passato. Il profondo amore per la bellissima figlia Miranda, che si esibisce in un night e che ancora non sa di avere una madre, la spinge a svelarle il segreto del suo concepimento, segreto colmo di passione e di dolore che affonda le radici lontano nel tempo. Olympia, figlia del proprietario del grande circo Fabulon, rievoca l’infanzia e l’adolescenza trascorse in giro per l’America con la sua composita famiglia: i genitori Al e Lil, ossessionati dal loro show al punto di varcare ogni limite pur di trasformarlo in qualcosa di unico; le stupende gemelle siamesi Elly e Iphy, insolite pianiste unite per la vita; il brillante quanto megalomane fratello maggiore Arturo, che si esibisce in una vasca di vetro e che fonda un culto folle e delirante e il fragile e dolcissimo Chick, dotato di un potere strabiliante che supera ogni immaginazione e ogni controllo. Lo sguardo amorevole, ironico e malinconico di Olympia ci accompagna attraverso le vicende del circo facendoci conoscere una parata di personaggi di volta in volta bizzarri, inquietanti, divertenti ma sempre e comunque indimenticabili. E quando il passato raggiunge il presente, Olympia si trova a dover affrontare una scelta drammatica e le conseguenze dell’amore che nasconde dentro da tutta una vita.

     

    Qual è la linea di confine tra normale ed anormale, tra amore e possesso, tra fede e delirio?

    In questo romanzo Katherine Dunn cercherà di rispondere a questo, e a molti altri inquietanti interrogativi, costruendo uno dei racconti più originali e avvincenti che abbia mai letto di recente.

    Il romanzo si colloca nello stile “Felliniano-Tim Burtoniano-Gotico”, per cui chi nemmeno vuol sentire parlare di certi argomenti o chi cerca l’iperrealismo delle storie è avvertito! A proposito, pare che Tim Burton e Johnny Depp ne abbiano già acquistato i diritti….vedremo se uscirà qualcosa prima o poi!

     

    Pubblicato negli Stati Uniti nel 1983, con il titolo di “Geek Love” è arrivato da noi piuttosto recentemente (Elliot Editore).

    Non si può non pensare, già dalle prime pagine, al film “Freaks” di Tod Browning, del 1932, forse uno dei film più censurati di tutti i tempi (a cui magari la stessa autrice ha pensato..).

    Anche qui i protagonisti fanno parte di una famiglia di circensi, anzi, sono essi stessi il Circo Fabulon: in un momento di crisi economica, i proprietari Al Binewski e Lil (lui estroverso e genialoide, lei bellissima albina che per un incidente non potè diventare la stella del trapezio) decidono infatti di creare “su misura”, utilizzando droghe e sostanze delle più disparate, quelli che nel regno anglossassone vengono definiti “freaks”: per noi quelli che una volta venivano chiamati con spregio i fenomeni da baraccone…

     

    Eccoci allora entrare nel vivo della prole, così faticosamente generata (e attenzione, al Circo Fabulon non si butta via niente!): la protagonista, Olympia, un’albina nana e dalla voce bellissima; le gemelle siamesi Elly e Iphy (sì, proprio Elettra ed Ifigenia), sempre in contrasto tra loro ma indivisibili e abilissime pianiste…a 4 mani! E poi il piccolo Chick, apparentemente normale ma dotato del potere più grande e di una sovrumana sensibilità; e infine Arturo, “aquaman”, l’uomo dotato di pinne che sarà nel bene e nel male il fulcro degli avvenimenti narrati.

    Già da subito scopriamo che i ragazzi  Binewski non sono minimamente nella condizione di sentirsi dei “diversi”, anzi, all’interno del loro ambiente “protetto” sono delle vere e proprie star…semmai, il troppo amore che provano l’uno per l’altro sarà il danno peggiore (ma ovviamente non vi svelerò la trama…). Attorno a loro tutta la vita del Circo con personaggi che da subito acquistano una incredibile credibilità!

    La vicenda si svolge come un lungo flashback con rapidi ritorni al presente, ed è tutta narrata dalla protagonista Olympia, in una sorta di lunga lettera che lascerà alla figlia Miranda, ignara del suo passato e dei suoi genitori.

    Ora, la questione è proprio questa: la narrazione è da un unico punto di vista…sarà andato proprio tutto così? Oppure dobbiamo integrare il racconto di Olympia con i resoconti giornalistici del periodo? Quanto, nei ricordi, conta la dolcezza o la paura del momento?

    Il racconto, in ogni caso, si snoda tra passato e presente in un modo così avvincente che il libro (535 pagine) si legge tutto d’un fiato. A volte sorridiamo dei Binewski…molte volte ci commoviamo o ci spaventiamo, e in ogni caso non vediamo l’ora di sapere cosa accadrà dopo.

     

    La Dunn in questo contesto non risparmia una critica feroce a certi fanatismi religiosi propri degli Stati Uniti (ma veramente solo degli Stati Uniti?), laddove Arturo diventerà un vero e proprio nuovo profeta, divertendosi a ribaltare il ruolo della normalità…quante persone normodotate sono disposte ad essere mutilate per raggiungere “lo stato di purezza” che solo un “diverso” può avere? Il corpo è veramente la fonte di ogni peccato? Ma soprattutto, quanto conta avere un corpo perfetto per esercitare potere sulle persone? Davvero il “folle e deforme” è anche “puro”?

     

    La risposta arriverà anche da Olympia, voce radiofonica di rara bellezza e successo…là, nell’etere, nessuno sospetta che lei sia acondroplasica e gobba….la radio democraticamente non guarda in faccia a nessuno. Così, fino all’ultimo, la piccola Olympia rivendicherà il suo diritto ad essere freak, condizione portata con orgoglio….come diceva Diane Arbus, la grande fotografa americana che, come Browning, fece scalpore ritraendo proprio chi veniva più emarginato “..molte persone vivono nel timore che possano subire qualche esperienza traumatica. I freaks sono nati con il loro trauma. Hanno già superato il loro test, nella vita. Sono degli aristocratici.”

                                                            Claudia Darpi